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Prediabete: valori, chi deve controllarsi e che cosa cambia

Diabete tipo 2Scheda clinica

«Prediabete» è il nome comune di una zona intermedia: la glicemia è più alta del normale, ma resta sotto la soglia che permette di diagnosticare il diabete. I confini sono tre e sono numerici: glicemia a digiuno fra 100 e 125 mg/dL, glicemia fra 140 e 199 mg/dL due ore dopo la curva da carico con 75 g di glucosio, emoglobina glicata fra 42 e 48 mmol/mol (6,00-6,49%). Gli Standard italiani AMD-SID riportano esattamente questi valori, però chiedono ai medici di non usare quella parola: la condizione va chiamata disglicemia, perché descrive un rischio e non una malattia già cominciata. La differenza pesa, e si vede nei numeri: fra chi ha valori in questa fascia, in Italia arriva al diabete una minoranza, il 20-25% nell'arco di dieci anni.

Che cos'è il prediabete, in numeri

Il prediabete è l'insieme di due condizioni di laboratorio più un valore di emoglobina glicata intermedio. Gli Standard italiani le definiscono così: IFG, alterata glicemia a digiuno, quando il prelievo dopo otto ore di digiuno dà fra 100 e 125 mg/dL; IGT, ridotta tolleranza al glucosio, quando il valore misurato due ore dopo il carico orale sta fra 140 e 199 mg/dL. Il terzo criterio è l'emoglobina glicata fra 42 e 48 mmol/mol, valida solo se il laboratorio usa un dosaggio allineato allo standard internazionale IFCC.

Glicemia a digiuno (8 ore)
Fascia intermedia
100-125 mg/dL
Sigla
IFG
Sopra questa fascia
126 mg/dL: soglia di diabete
Glicemia 2 ore dopo carico 75 g
Fascia intermedia
140-199 mg/dL
Sigla
IGT
Sopra questa fascia
200 mg/dL: soglia di diabete
Emoglobina glicata (IFCC)
Fascia intermedia
42-48 mmol/mol (6,00-6,49%)
Sopra questa fascia
48 mmol/mol (6,5%)

Le due sigle non descrivono la stessa persona. Si può avere IFG senza IGT. Si può avere IGT con un digiuno perfettamente normale. E si possono avere tutte e due insieme, il che è la situazione con il rischio più alto fra quelle di questa fascia.

Per questo, a volte, un esame solo non basta.

Le tabelle complete, con la conversione in mmol/L e la lettura dei singoli numeri, stanno nella pagina che legge le soglie una a una. Qui il tema è un altro: che cosa comporta trovarsi in mezzo e che cosa conviene fare dopo.

Perché in Italia i medici evitano la parola «prediabete»

Gli Standard italiani AMD-SID scrivono nero su bianco che «deve tuttavia essere evitato l'uso del termine "pre-diabete"» e propongono al suo posto disglicemia oppure alterato metabolismo glicidico. Le ragioni indicate sono due: «le conseguenze psicologiche, sociosanitarie ed economiche» che quella parola porta con sé, e il fatto che un'elevata percentuale di chi ha IFG, IGT o glicata fra 42 e 48 mmol/mol il diabete non lo sviluppa affatto. Il prefisso «pre-» promette una tappa obbligata che i numeri non confermano. In Italia il termine resta appropriato solo in pediatria, dove descrive una fase con autoimmunità beta-cellulare già presente.

Il prefisso, in medicina, non è un dettaglio.

Fuori dall'Italia il vocabolario è diverso. L'American Diabetes Association usa regolarmente «prediabetes» nei suoi Standards of Care. Sulla glicemia i due documenti coincidono — 100-125 a digiuno, 140-199 dopo carico — mentre sull'emoglobina glicata no: l'ADA fa partire la zona di rischio da 39 mmol/mol (5,7%), gli Standard italiani da 42 (6,00%). Da qui il piccolo cortocircuito che porta molti lettori su questa pagina: chi cerca informazioni trova la parola ovunque, e poi non la sente pronunciare dal proprio medico.

Manteniamo il termine nel titolo perché è quello che le persone digitano. Ma la sostanza è la formulazione italiana: valori «meritevoli di attenzione», non una diagnosi.

Che cosa vuol dire «meritevoli di attenzione»

Significa che quei valori fanno scattare una valutazione più larga della sola glicemia. Gli Standard chiedono che in chi ha IFG, IGT o glicata fra 42 e 48 mmol/mol venga valutata la coesistenza degli altri fattori di rischio per diabete e malattie cardiovascolari: obesità «soprattutto centrale», grassi nel sangue alterati, ipertensione, cioè gli elementi della sindrome metabolica. Il numero della glicemia è il segnale, non tutto il quadro.

Sul terzo criterio gli Standard sono prudenti anche verso sé stessi: ricordano che l'OMS considera le evidenze disponibili non sufficienti per raccomandare un'interpretazione dei valori di glicata sotto 48 mmol/mol, e ammettono che «al momento non esiste uniformità di vedute su questo punto». Una glicata a 43 mmol/mol, da sola, non chiude la questione.

Su questa fascia, intanto, si vende parecchio: è il bersaglio commerciale preferito degli integratori per la glicemia. Quali sostanze abbiano studi alle spalle e quali no lo abbiamo verificato una per una nella pagina sugli integratori per la glicemia.

Il meccanismo biologico che sta sotto — l'insulina che lavora peggio del dovuto — è il tema della pagina che cos'è l'insulino-resistenza: là c'è il come, qui resta il quanto.

Quante persone con il prediabete sviluppano il diabete?

Una minoranza: gli Standard italiani indicano il 20-25% dei soggetti con IFG o IGT nell'arco di dieci anni, sulla base di studi di coorte italiani. Girata al contrario, la stessa frase dice che tre persone su quattro, dopo dieci anni, il diabete non ce l'hanno. È il dato che rende sbagliato leggere quei valori come una sentenza rimandata.

Due precisazioni servono comunque, perché la cifra non autorizza a dimenticare il referto. La prima: il rischio non è solo il diabete, ma anche l'apparato cardiovascolare, ed è la ragione per cui gli Standard chiedono la valutazione complessiva. La seconda: quel 20-25% è la media di popolazioni osservate, non una probabilità personale, e dentro la media chi ha più fattori di rischio corre più degli altri.

Il prediabete dà sintomi?

No, e questa è la risposta scomoda alla domanda più cercata. Nella fascia 100-125 mg/dL non c'è nulla da sentire: i disturbi elencati dall'Istituto Superiore di Sanità — sete continua, urinare spesso soprattutto di notte, stanchezza, calo di peso e di massa muscolare, ferite lente a chiudersi, vista annebbiata — appartengono al diabete conclamato, e nel tipo 2 sono così poco evidenti che la diagnosi, scrive lo stesso Istituto, arriva spesso con anni di ritardo. Molte pagine intitolate «sintomi del prediabete» in realtà elencano quelli.

Anche il capitolo «sintomi sulla pelle» va ridimensionato. L'unico segno cutaneo che le linee guida collegano a questo stato è l'acanthosis nigricans, un ispessimento scuro e vellutato nelle pieghe della pelle, che gli Standard citano fra i criteri di rischio e non fra i sintomi. Non è frequente e non è necessario: la maggior parte delle persone con valori intermedi ha la pelle identica a prima.

La conseguenza pratica è una sola. Senza esame del sangue questa condizione non si vede.

Nessun sintomo va aspettato come conferma.

Quando non sei più nella zona grigia

Fermati e chiama il medico se al valore alterato si aggiungono sete intensa, urinare molto anche di notte, perdita di peso senza motivo o vista offuscata. Con sintomi tipici, una sola glicemia occasionale a 200 mg/dL o più basta per diagnosticare il diabete: non serve né aspettare né ripetere.

Numero unico di emergenza 112 se compaiono vomito, dolore alla pancia, respiro profondo e affannoso, alito dal sapore dolciastro, sonnolenza o confusione. Sono i segni della chetoacidosi, che è un'urgenza vera. Che cosa fare davanti a un valore già alto lo spieghiamo nella pagina che fare con la glicemia alta.

Chi dovrebbe fare l'esame, e a che età?

Qui le due scuole non coincidono, ed è utile saperlo prima di chiedere l'impegnativa. L'ADA, negli Standards of Care 2026, indica di testare tutti gli adulti a partire dai 35 anni con glicemia a digiuno, emoglobina glicata o curva da carico. Gli Standard italiani del 2018 sono più tardivi per chi sta bene: in assenza di fattori di rischio lo screening «dovrebbe iniziare non più tardi dell'età di 45 anni».

Sotto quella soglia di età l'impostazione è la stessa: si guarda il rischio, non il compleanno. Il test va fatto prima se il peso è in eccesso — indice di massa corporea da 25 in su, da 23 per le persone di origine asiatica — e c'è almeno un elemento di questa lista, che nelle due fonti coincide quasi per intero.

Fattore di rischio Dettaglio
Familiarità diabete in un parente di primo grado
Malattia cardiovascolare già presente
Pressione da 130/80 mmHg in su per l'ADA, da 140/90 per gli Standard italiani; oppure terapia in corso
Grassi nel sangue HDL fino a 35 mg/dL oppure trigliceridi da 250 mg/dL
Diabete gestazionale in una gravidanza precedente, o un neonato di peso oltre 4 kg
Condizioni legate all'insulina ovaio policistico, acanthosis nigricans, fegato grasso, obesità
Sedentarietà attività fisica assente
Origine appartenenza a un gruppo etnico ad alto rischio

Sono elencati come sorvegliati speciali anche altri gruppi: persone con HIV, chi assume farmaci che alzano la glicemia, chi ha una malattia parodontale, chi ha avuto una pancreatite. Fra i medicinali gli Standard citano cortisonici, diuretici tiazidici e antipsicotici atipici.

Ogni quanto va ripetuto l'esame?

Dipende dal risultato precedente, e negli Standards of Care dell'ADA il calendario è scritto per esteso. Se l'esame è normale, si ripete almeno ogni tre anni, più spesso se il profilo di rischio è alto. Se l'emoglobina glicata è da 39 mmol/mol (5,7%) in su o la glicemia a digiuno è alterata, il controllo diventa annuale. Dopo un diabete gestazionale si resta nella sorveglianza a vita, con un test ogni uno-tre anni.

Un anno è un intervallo, non un'attesa passiva. È lo spazio in cui peso, movimento e pressione possono spostare il valore successivo.

Serve un glucometro per accorgersene?

No: gli Standard italiani escludono esplicitamente i glucometri dallo screening, scrivendo che questi strumenti «non possono essere impiegati per attività di screening di massa, né su popolazioni a rischio, a causa delle prestazioni analitiche insufficienti». La zona 100-125 mg/dL è stretta e l'errore ammesso da un apparecchio domestico è largo abbastanza da farti cambiare fascia senza che la glicemia si sia mossa di un milligrammo.

L'esame che conta è quello del laboratorio, con prelievo venoso e metodo standardizzato. Lo strumento domestico non è in discussione: è in discussione il compito che gli si dà. Il glucometro serve dopo, a chi ha già una diagnosi e deve seguire l'andamento nel tempo: precisione, strisce e criteri di scelta, ne parliamo nella pagina come si sceglie un glucometro.

Quale esame chiedere: digiuno, glicata o curva?

Il primo passo, nella pratica italiana, è quasi sempre la glicemia a digiuno, perché costa poco ed è già dentro quasi tutti i pannelli di routine. Il secondo esame utile è l'emoglobina glicata, che riassume i tre mesi precedenti e non risente della colazione di ieri: come si legge il referto e a che cosa corrispondono i numeri, lo trovi nella pagina che spiega come si legge l'HbA1c.

La curva da carico ha un posto preciso e spesso dimenticato. Gli Standard la consigliano proprio in chi ha già una glicemia a digiuno alterata, soprattutto se ha altri fattori di rischio, perché «una proporzione non trascurabile di questi soggetti presenta una risposta al carico di glucosio compatibile con la diagnosi di diabete». Tradotto: un digiuno a 112 mg/dL può nascondere un valore oltre 200 due ore dopo il carico, e nessuno lo saprebbe senza l'OGTT.

Va anche detto che un singolo esame non fotografa tutto. I tre parametri misurano fenomeni in parte diversi, e capita che uno risulti alterato mentre l'altro resta nella norma; per questo la decisione si prende sul quadro, non su una riga del referto.

Il prediabete è reversibile?

I valori possono tornare nella fascia normale, e gli Standard italiani considerano lo stile di vita la prima scelta nella prevenzione — non un complemento, ma l'intervento principale, con evidenze sperimentali definite «la più forte evidenza ad oggi disponibile». È il punto in cui questa condizione si distingue dal diabete conclamato: qui i numeri si muovono con relativa facilità, e senza comprare nulla.

Le cifre degli studi di prevenzione, con i confronti fra stile di vita e farmaco, stanno per esteso nella pagina su come funziona il diabete di tipo 2, perché appartengono al quadro generale della malattia. Quello che serve qui è la traduzione in settimana.

«Reversibile» non vuol dire «chiuso»: chi è passato per valori alterati resta nel gruppo da controllare ogni anno, anche dopo essere rientrato sotto 100.

Il margine, in questa fascia, esiste ancora, e conviene sfruttarlo prima che si chiuda.

Che cosa cambiare nella settimana

Gli Standard italiani quantificano due cose sole, ed è già molto. Attività aerobica di intensità moderata per 20-30 minuti al giorno, oppure 150 minuti distribuiti nella settimana; e un calo di peso, indicato al 7% nella raccomandazione e come 5-10% nel testo che descrive i risultati degli studi. Il resto — sonno, alcol, fumo — entra nella valutazione del rischio complessivo, ma senza numeri altrettanto netti.

Che cosa Il riferimento delle linee guida Come si traduce
Movimento 20-30 minuti al giorno, o 150 minuti a settimana cinque uscite a passo svelto da mezz'ora
Peso calo del 5-10% (7% nella raccomandazione) chi pesa 85 kg: da 4 a 8,5 kg
Rischio cardiovascolare valutazione complessiva richiesta dagli Standard pressione e assetto lipidico dal medico
Controllo annuale con IFG o glicata da 39 mmol/mol (5,7%) un promemoria nel calendario, non un'attesa

Le due voci si rinforzano a vicenda: il movimento aiuta il peso, e il peso perso rende il movimento più facile. Nessuna delle due richiede una palestra o un abbonamento.

Nessuna fonte fra quelle lette prescrive un giorno della settimana o un orario: dice quanti minuti, e lascia a te il calendario.

Prediabete e peso: quanto conta davvero

Il peso è il primo criterio con cui le linee guida decidono chi testare prima dei 35 o dei 45 anni: indice di massa corporea da 25 in su, abbassato a 23 per le persone di origine asiatica. Non è un giudizio estetico, è la soglia da cui lo screening diventa raccomandato in presenza di un altro fattore di rischio.

Sul peso da perdere, la cifra utile è relativa e non assoluta. Le linee guida non indicano un peso ideale da raggiungere, ma una percentuale da togliere a quello attuale: è una notizia migliore di come suona, perché la percentuale richiesta è piccola e non obbliga a inseguire un traguardo lontano.

La percentuale, non il numero sulla bilancia.

Sulla circonferenza della vita un numero esiste, ma appartiene a un'altra definizione: gli stessi Standard riportano i criteri della sindrome metabolica, dove l'IDF fissa l'obesità centrale a 94 cm nell'uomo e 80 cm nella donna, con valori diversi indicati per i non caucasici. Non è una soglia di prediabete e non va usata come tale.

Sul rischio, però, gli Standard citano una stima italiana netta: ogni centimetro in più di girovita si accompagna a un aumento del 3,5% del rischio di diabete tipo 2, e ogni punto di indice di massa corporea a un aumento dell'8,4%.

E la dieta? Che cosa dicono le fonti

Il modello alimentare con le prove sperimentali più solide, in prevenzione, è quello mediterraneo: lo studio randomizzato che lo dimostra è discusso, con partecipanti e risultati, nella scheda del diabete di tipo 2. Non è una dieta restrittiva né un protocollo: nello studio principale non era prevista neppure una riduzione delle calorie.

Sul come i singoli alimenti alzano la glicemia dopo il pasto esiste un criterio misurato, l'indice glicemico, che ha una pagina dedicata: che cos'è l'indice glicemico e quanto conta davvero nella pratica di tutti i giorni.

Quello che non trovi qui è un menù settimanale già pronto. Non è pigrizia editoriale: nessuna delle fonti che citiamo contiene uno schema di sette giorni, e scriverne uno valido per chiunque legge non sarebbe informazione.

Gli integratori servono in questa fase?

Nessun integratore alimentare può dichiarare di prevenire, trattare o guarire una malattia: lo vieta il Regolamento (CE) 1924/2006, e vale anche per i prodotti venduti proprio a chi ha valori intermedi. Un integratore resta un alimento, per legge, qualunque cosa dica la confezione.

Questo non significa che tutte le sostanze siano uguali davanti alle prove. Nel registro europeo dei claim il cromo ha due indicazioni autorizzate; per altre sostanze molto vendute, invece, non risulta alcuna valutazione favorevole. La differenza è documentata e pubblica. Abbiamo messo in fila studio per studio quali ingredienti hanno dati alle spalle e quali no, con il registro dei claim alla mano.

E la metformina, nel prediabete?

È una possibilità prevista dagli Standard italiani, ma dentro confini stretti e sempre come decisione del medico. La riservano a tre situazioni precise — un diabete gestazionale nella storia, un'obesità severa, un'iperglicemia che peggiora in fretta — e la segnalano come uso fuori dalle indicazioni registrate del farmaco, con un controllo periodico della vitamina B12. Non è la strada standard per chi ha una glicemia a digiuno di 108 mg/dL e nessun'altra alterazione: per quella situazione, le linee guida indicano il movimento e il peso. Dosi, effetti collaterali e regole della ricetta sono nella pagina che tratta il farmaco di prima linea.

Che cosa fa questa pagina e che cosa non fa

Qui trovi i criteri numerici che definiscono la fascia intermedia, la divergenza fra il vocabolario italiano e quello americano, chi va testato e ogni quanto, e la parte quantificata delle raccomandazioni sullo stile di vita. Tutto con la fonte accanto al dato.

Qui non trovi una diagnosi, una prescrizione, né una previsione sul tuo caso. Un valore intermedio si interpreta insieme a pressione, grassi nel sangue, storia familiare e farmaci in corso, e questo lo fa il medico che ha il referto davanti.

Perché non pubblichiamo un menù settimanale in PDF

Perché sarebbe finto. «Dieta settimanale per prediabete» è una delle ricerche più frequenti su questo tema, e produrre uno schema di sette giorni valido per chiunque legge sarebbe facile: basterebbe scriverlo. Ma le calorie di una donna di 58 kg e di un uomo di 95 kg non coincidono, e le fonti che citiamo non contengono nessun menù da copiare.

Non indichiamo dosi di integratori, per lo stesso motivo più uno: chi assume già farmaci che abbassano la glicemia rischia interazioni reali, non ipotetiche.

Non promettiamo di «uscire dal prediabete» in un numero di settimane. Le linee guida parlano di riduzione del rischio in popolazioni seguite per anni, non di guarigioni a data fissa, e chi promette la data sta vendendo qualcosa.

100-125
la fascia della glicemia a digiuno alterata, in mg/dL
140-199
il valore fra 2 ore dal carico da 75 g che indica ridotta tolleranza
42-48
l'emoglobina glicata in mmol/mol, cioè 6,00-6,49%
20-25%
quanti, in Italia, arrivano al diabete entro dieci anni
35
l'età da cui l'ADA fa controllare tutti gli adulti
45
l'età limite indicata dagli Standard italiani a chi non ha fattori di rischio

Fonti 5

  1. AMD-SID — «Standard italiani per la cura del diabete mellito 2018»: criteri di IFG, IGT ed emoglobina glicata 42-48 mmol/mol; rifiuto del termine «pre-diabete» a favore di disglicemia; quota del 20-25% che sviluppa diabete in dieci anni in Italia; screening non oltre i 45 anni; OGTT consigliato in presenza di IFG; prevenzione con calo ponderale e 150 minuti di attività settimanale; esclusione dei glucometri dallo screening; metformina off-label nei profili a rischio molto elevato; criteri della sindrome metabolica (Tab. 1.4, circonferenza vita IDF 94/80 cm); criteri di screening dell'adulto (Tab. 2.1, pressione ≥140/90, acanthosis nigricans, neonato oltre 4 kg); aumento di rischio del 3,5% per centimetro di girovita e dell'8,4% per punto di BMI (Bombelli F, 2011); riserva dell'OMS sull'interpretazione della glicata sotto 48 mmol/mol. https://www.diabete.com/wp-content/uploads/2021/01/AMD-Standard-unico1-min.pdf
  2. American Diabetes Association — «Standards of Care in Diabetes 2026», Diabetes Care 2026;49(Suppl. 1):S27-S49: test per tutti gli adulti dai 35 anni, criteri di rischio sotto quell'età, ripetizione ogni 3 anni se normale e annuale con glicata dal 5,7% o glicemia a digiuno alterata. https://diabetesjournals.org/care/article/49/Supplement_1/S27/163926/2-Diagnosis-and-Classification-of-Diabetes
  3. Criteri ADA 2026 in versione tabellare (estratto verificato usato per la lista dei fattori di rischio e delle frequenze). https://diabetesed.net/wp-content/uploads/2025/12/CRITERIA-2026.pdf
  4. ISSalute, Istituto Superiore di Sanità — «Diabete, generalità»: sintomi classici del diabete e diagnosi tardiva del tipo 2, «anche dopo anni». https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/d/diabete-generalita
  5. ISSalute, Istituto Superiore di Sanità — «Integratori alimentari»: divieto di vantare proprietà terapeutiche o di prevenzione, Regolamento (CE) 1924/2006. https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/i/integratori-alimentari

Domande frequenti

Il prediabete è reversibile?

I valori possono tornare sotto le soglie, e le linee guida italiane indicano lo stile di vita come prima scelta proprio in questa fase. La sorveglianza però resta: chi ha avuto valori alterati continua a ripetere l'esame ogni anno anche dopo essere rientrato nella norma.

Prediabete e insulino-resistenza sono la stessa cosa?

No. Il prediabete è definito da soglie di laboratorio sulla glicemia e sull'emoglobina glicata; l'insulino-resistenza è il meccanismo per cui l'insulina lavora meno bene, e può essere presente anche con la glicemia ancora normale, perché il pancreas compensa producendone di più.

Quali valori di emoglobina glicata indicano il prediabete?

Fra 42 e 48 mmol/mol, cioè fra 6,00 e 6,49%, e solo se il laboratorio usa un dosaggio allineato IFCC. Da 48 mmol/mol (6,5%) in su si entra nel criterio diagnostico del diabete, che va comunque confermato.

Prediabete: qual è la prima cosa da fare?

Portare il referto al medico e concordare due passaggi: la conferma dell'esame e la valutazione del rischio cardiovascolare complessiva, che le linee guida chiedono proprio per questi valori. Se c'è già un'alterazione a digiuno, ha senso chiedere anche la curva da carico.

A che età si comincia a controllare la glicemia?

Da 35 anni per tutti secondo l'ADA, non oltre i 45 anni secondo gli Standard italiani per chi non ha fattori di rischio. Prima di quelle età si testa chi ha un indice di massa corporea da 25 in su (23 per le persone di origine asiatica) più almeno un altro fattore: familiarità, pressione da 130/80, HDL basso o trigliceridi alti, diabete gestazionale, ovaio policistico, sedentarietà.

Il prediabete si vede sulla pelle?

Quasi mai. L'unico segno cutaneo collegato dalle linee guida è l'acanthosis nigricans, l'ispessimento scuro nelle pieghe di collo, ascelle o inguine, che è un indicatore di rischio e non una prova: nella maggior parte dei casi la pelle non cambia affatto.

La metformina si prende nel prediabete?

Solo se la prescrive il medico, in profili a rischio molto elevato, e come uso fuori indicazione registrata. Non è un'opzione da chiedere in farmacia e non sostituisce la parte su peso e movimento, che le linee guida mettono al primo posto.

Nella zona grigia servono davvero gli integratori? →